Cercami

24 gennaio 2012

DIARIO DEL DISAGIO

Roma - Cesena 5-1

Oramai habituè de anticipo o posticipo, lo slot del sabato alle 18 non ce spaventa e non ce sorprende, e anzi dà un senso in prospettiva alle pulizie de casa mattutine, ar lavaggio dela macchina o alla fila in cassa ar supermercato, tutte attività prevalentemente sabatistiche. Non ce sorprende troppo neanche El Miste, che l'unico scherzetto ce lo fa co Greco titolare, ma insomma pure l'asturiano deve restà ner personaggio. Gli amici piadinari, i bianconeri meno antipatici der campionato, se presentano carichi de un periodo che li ha visti rialzà la testa e oh...Oh GO'. Niente, manco er tempo de prende le misure all'avversario, manco er tempo de prende le misure der culo sur seggiolino, ed è subito gioia. Heinze scucchiaia ( sì, un ossimoro de livello, ma tant'è), un piadinaro spiadina de testa, Ladolescente adolescia de tacco, Ercapitano capita da quei pizzi e dice "Antoniò, bello o scudetto, belli i ricordi, bella l'amicizia, la stima reciproca, la fratellanza che indissolubile ci linka, ma ti devo da infilzare". Antonioli, da gran signore, capisce er momento e non se affanna a coprì er palo suo. Trentaquattro secondi e un solo numero primo, che peró non soffre de solitudine, c'ha no stadio che gode precoce insieme a lui e na squadra che lo abbraccia, co uno in particolare che se appiccica pe primo e se stacca pe ultimo. E non vogliamo fa nomi. Tanto se sa.



Er match se mette subito in discesa, che bellezza, ma mai come in questi casi bisognà dimostrà de esse squadra quadrata e coscienziosa, de non pensa de avè già portatoh...Oh aspè sto a finì un disc GOOOOO. Dopo sei minuti nei quali er pallone non se stacca tipo mai dale scarpe nostre, co l'incoscienza de un Justin Bieber, co la forza della cresta er galletto nostro disegna nell'aere una cosa che non è solo un gran passaggio, ma un ponte de cuoio tra due generazioni, cor nuovo ar servizio der vecchio, cor vecchio che grida "vecchio stocazzo!", co Antonioli che a sua volta grida "oh, er vecchio so io, nfamo scherzi!", cor Cesena tutto che a sua volta je risponne "se ne eravamo accorti", ma co un grido più forte ancora che copre tutti l'altri, una voce di popolo e Dicapitano che come un sol uomo prorompe in un catartico "Nordhal, piate sti spicci. E tiette il resto".



E’ na lezione a tutti gli innamorati del mondo, che mica è facile dire “ti amo” in 211 dicasi duecentoundici modi diversi. Lo show dei record ce l’abbiamo solo noi, fatevene na ragione, e come ogni tanto capita un fori onda a sto giro è capitato un fori gioco, e comunque l’impressione è che le trasmissioni possano continuà ancora pe un b..oRINI! Ha segnato er Caciara! Vabbè allora ditelo se oggi nse po parlà, o dite subito e uno manco ce se mette a scrive, ve fa er tabellino e bonanotte ai sonatori. Avete finito? Ve placate nattimo? Grazie.

Succede che mentre stamo lì cor notaio der Guinness a dije “aò, rettifica, cambia sta classifica, Nordhal puzza de muffa ormai”, er Cesena c’ha l’occasione più unica che rara de toccà er pallone, e avido de cuoio batte a metà campo. Nsia mai. Profilo Greco ruba palla, Totthal je la leva e je la ridà, quello la mette in mezzo cercando de preservà ordine e compiutezza, ma nell’area piccola, smodato ed esuberante c’è un ometto che ha detto no! alla tranquillità e sì! cazzo te sto a dì de sì! alla caciara, e ar grido de quarsiasi cosa, basta che sia gridata, impatta de piatto e tiene gonfia la rete che ancora naveva fatto in tempo a sgonfiasse.

Na mano in bocca e una ar cielo, un mozzico alle falangi e no schiaffo all’aria, ed è gioia ner core, incredulità sugli spalti, strarodinari pagati pe i replaysti, partita finita, annamose a fa la doccia. Ma nse po, tocca fa passà ste 81 formalità dette minuti in quarche modo e il tifoso gialorosso, ormai immerso ner progetto che insegna pazienza, misura e disciplina, ormai dotato de un autocontrollo monastico che conduce dritto alle cellette de un eremo honoris causa, nel nome der rispetto dell’avversario e della trasferta torinese dietro l’angolo, con senso della misura enuncia: “Daje cazzo che oggi ne famo otto! Nve fermate, nessuna pietà!”.



Ed è così che s’accampamo sulla trequarti loro, co un possesso palla che conduce allo status pe il quale quando vonno provà a impostà loro ce devono lascià un documento valido e je la damo in comodato d’uso pe un periodo de prova, ma va detto che sta cosa capiterà assai raramente. Ciò che capiterà più spesso sarà il fordismo applicato alle occasioni sprecate, co una catena de montaggio de palle gò cotte e magnate che vedrà impegnata mezza squadra nostra nel ruolo dell’operaio distratto. Ma manco er più cacadubbi dei tifosi c’avrà mezza parola da dì, perchè ce po sta che quando stai a fa nallenamento a porte aperte la concentrazione non sia ai massimi livelli, ed è così che se va a riposo co l’occhi pieni de bellezza e percentuali bulgare sulle statistiche de metà gara.



L’intervallo se ne va e se porta via Mutu, perlomeno agli occhi dei pochi che s’erano accorti della sua presenza in campo ner primo tempo. Sembrerebbe ce sia spazio pe nantri 45 de dominio totale, ma c’è un omo che quando c’è na festa nostra deve fa quello che scoppia i palloncini co la sigaretta, chi è? Ve damo quarche indizio: èder Cesena, èder Brasile, èdermatite sulla pelle del nostro volto sorridente. Bravi, nve se po nasconne niente. Eder se invola, no stadio cerca de gridà ciò che va gridato in queste occasioni, ma disabituato a percepì avversari nell’area nostra non fa in tempo, l’invito giunge tardivo, Franco non sa come se deve move in assenza de direttive, e il simpaticone offre na lezione de messicano non richiesta sotto forma de sombrero. Ecco, o vedi, ancora nsemo capaci a gestì il risultato, mo vedi, guarda mo, guarda come deve finì sta partita, ma io dico la difesa, i centrali, Juan, che sta a fà Juan? Eh? Eh? Me lo dici che sta a fà? A sta a fà gò dici eh? Ah, sta a fà gò davero oh.



Oggi è così, non c’è tempo per piacersi ma manco per dispiacersi, non c’è tempo per cullarsi nel passato che subito il presente dice “aò te sei fatto l’artalena? Accanna sto cullà”, e in questo caso il presente ha le fattezze de un piede brasiliano lesto a mette ner posto che je compete la sfera che un evaso dalla pensione “Anni sereni” aveva cercato de portà fori strada. E’ poker, è la festa che esonda dagli argini dell’over, ma c’è un capoccione che nell’ombra della trequarti non è felice, avverte che je sta a scivolà dalle mani l’occasione de riceve un segno d’assenso, nocchiata de soddisfazione, na carezza a distanza Dancapitano che giustamente è già stato mandato a riposasse in panca.

“Francè tiro eh?”

“Vai vai, famme vedè che te sei imparato”

“Sì ma non me guardà che me vergogno”

“Vabbè dai me giro eh? Guarda, nte sto a guardà”

“Eheh, allora tiro eh? Scocco!”

“Scocca bello de papà, basta che te sbrighi che er campo l’amo pagato fino alle 8”

E così, sicuro del fatto che l’unico spettatore che conta ner suo cuore sappia quello che sta pe fa, Miralino scocca, Antonioli fa finta de respinge, er Cesena non perviene e il bosniaco battitore fa in tempo a ribatte in rete sula ribattuta der tiro suo. La squadra se stringe cercando de creà un girotondo der diametro necessario a iscrive er capoccione ner perimetro umano, ma no sguardo barcanico attraversa arti, baci e abbracci e corre a radiografare timidi assensi con cenni der Capo. Mo è contento pure er pupo, semo contenti tutti, apparentemente.



Ma c’è ancora un ma. A chi je dice che tanto namo fatti cinque, e un gò preso non cambia niente, lui risponde che non vuole sentire ragioni. A chi insiste je dice che lui non può sentire ragioni.

A lui je rode.

Il suo nome è Franco.

Esci Franco.

Ed è per legittimare ancora na vorta er fardello onomastico che, a fronte de un guastafeste de nome Eder che se presenta attuppertù pronto a scartare e appoggiare in rete, la pertica orange, caricata a pallettoni da un mostruoso, primitivo, terificante “Esci Francoooooooo”, se sbraga a violare ogni dogma dell’elasticità muscolare umana, e s’allunga fino a impattà la sfera co la manona. Se guardamo inebetiti cor compagno de stadio o de divano, e se ripetemo co nentusiasmo che mai va a scemare, come fosse sempre la prima vorta: “Ma quant’è bello avecce un portiere”. E’ la ciliegiona su na torta che finalmente finimo de magnà grazie ar misericordioso triplice che risparmia artri dispiaceri ai cesenati e priva er poro Putto de un gò che francamente se sarebbe meritato. Ma non piangere, angioletto cantero, tiette le lacrime e i gò pe la prossima, che ariva subito subito. Ma all’artri bianconeri ce penseremo domani, mo pensamo a questi che porelli potevano solo correre, scappare, che arivava no squadrone, giallorosso, giallorosso.

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